Thursday, July 9, 2009

Setting up the right umask when installing NetBeans

This isn't a problem I encounter so often when installing software on the Solaris platform. The strange thing is that NetBeans is a Sun-sponsored project! But hey, a bug's just a bug.

Solaris default umask (file mode creation mask) for user is 022. That means that during file creation the write bit is filtered away from group and other permission bits. So, if you touch a file, you'll end up with these permissions set:
$ touch test
$ ls -l test
-rw-r--r--   1 enrico   staff          0 Jul  9 23:45 test
These basically means that everybody is granted access for reading your file. That may not be an issue for you because that file is hanging from a directory hierarchy which is otherwise protected. Solaris though, if the umask is not changed when creating home directories, will create a home directory for you with world readable flags set.

To cope with such situations, a good practice could be changing the default umask to a more restrictive value, such as 077. That's the umask I use and, as you see, it filters away all the permission bits for group and others. The previous test will end up with such a result:
$ touch test2
$ ls -l test2
-rw-------   1 enrico   staff          0 Jul  9 23:49 test2
This is not a problem unless the software you're using relies on a particular umask value (such as 022). That appears to be the case for the NetBeans installer. I just installed NetBeans 6.7, replacing my "venerable" NetBeans 6.5, and I ended up with the same problem I encountered during the installation of the earlier version. If you install NetBeans with a more restrictive umask set, the installation will result in an unusable set of files.

So, remember: if you're planning to install NetBeans 6.x onto your Solaris box and you plan to install it as root to provide an installation for all of your users, don't miss (re-)setting your umask to 022:
# umask 022
# ./netbeans-6.x-ml-solaris-x86.sh

Gli Dei, le banche... e la crisi globale

Un editoriale che mi è piaciuto.

Gli Dei, le banche... e la crisi globale

L'ultimo decennio è stato caratterizzato dall'idea, via via assunta dal sistema bancario come una “verità rivelata”, che il settore creditizio fosse destinato ad una “crescita perpetua”. Si postulava una sorta di “entropia” sulla base della quale l'espansione di una Banca dovesse essere continua ed ininterrotta, un po' quello che avviene per l'Universo (anche se per la verità parte degli scienziati pensa che ad una fase di espansione dell'Universo debba seguirne un'altra di contrazione, fino al suo collasso). Sulla scorta di questa weltanshauung si è assistito ad una crescita sfrenata, una sorta di riedizione di una corsa all'oro nella quale si sono aperti sportelli ovunque, si è dato luogo a fusioni megagalattiche alla luce del “grande è bello”, senza pensare a null'altro che ai profitti, non importa come realizzati.

La concretizzazione di questa filosofia la si toccava all'interno di ogni Banca all'inizio di ogni anno, quando si dava luogo ad un rituale basato su una formula matematica così esprimibile:
risultato dell'anno scorso + % di incremento (variabile) = risultato richiesto per quest'anno
Questa formula matematica, come tutti i teoremi, non ammetteva eccezioni, per cui veniva implacabilmente applicata qualunque fossero le condizioni socio-economico-temporali in cui operasse lo sportello: quindi non erano considerati fattori influenti il fatto, ad esempio, che sulla stessa piazza si fossero stabiliti sportelli di altri Istituti. Parimenti ininfluente il fatto che i residenti e le loro risorse non tendessero all'infinito (inteso come espressione di calcolo derivato).

Questa sorta di schizofrenia aveva origine in un Demiurgo non ben identificato che decideva che il risultato annuale di una Banca dovesse essere, per esempio, un “+25%”, e che veniva esploso gerarchicamente fino a raggiungere i terminali, i quali non potevano che prendere atto della “volontà degli dei”, a nulla valendo alcuna altra considerazione.

I desiderata dell'Olimpo determinavano ovviamente una pressione psicologica sui terminali, e si sa che la pressione psicologica non è una buona consigliera, e può determinare una sorta di abbassamento dei livelli di attenzione e di allarme che, alla fine, poteva spingere ad esempio ad appioppare un bel prodotto “strutturato” ad un arzillo ottantenne.

Il rito è andato aventi per lunghi anni nella certezza che il teorema della crescita continua non ammetteva eccezioni ed era diventata una legge universale.

Si badi bene però che il tutto procedeva furbescamente a ritmi di “trimestrali” e “semestrali”, e non perchè queste periodicità fossero migliori di altre, ma perché ad ognuna di queste scadenze erano legate quelle che in gergo pugilistico si chiamato “borse”, in lingua di San Marco “scaretà de schei”, ovviamente destinate ai soli Dei dell'Olimpo.

Difficile da dimenticare che pochi anni or sono l'Amministratore Delegato della nostra Banca ci ha comunicato che il bilancio non consentiva l'erogazione del VAP, ed il giorno dopo abbiamo appreso dal Sole 24 Ore i suoi emolumenti milionari (in euro ovviamente) per lo stesso anno.

Tutta questa bella impalcatura è miseramente crollata con la crisi globale che il mondo sta affrontando. Si potrebbe sicuramente discettare sul fatto che tranne qualche “voce che gridava nel deserto” nessuno ha previsto la nube che si avvicinava. Ma perchè avrebbero dovuto dare l'allarme o prendere contromisure preventive quando era proprio questo sistema, questa legge universale della crescita continua a garantire loro stipendi a nove zero, casali in Toscana, stock options, luci della ribalta.

E fu così che gli Dei del budget continuarono a ballare fino all'ultimo sul Titanic, tanto gli scatoloni con gli effetti personali sarebbero ovviamente toccati agli impiegati della Lehman Brothers, non agli Amministatori Delegati, che negli anni si erano messi da parte qualche soldino per la pensione.

Per non dire che almeno in qualche parte del mondo, ad esempio gli Stati Uniti, qualcuno ha già ottenuto un soggiorno gratuito a spese dello Stato nelle patrie galere, in tuta arancione, e sicuramente altri sono in lista di attesa, ma da noi le facce restano sempre le stesse, che vediamo in finanziera anno dopo anno pontificare ai convegni, alle conventions, alle Assemblee dell'ABI e di Banca d'Italia.

E per di più rifiutano sdegnati gli esempi che provengono da vasti settori produttivi europei e mondiali, dove il management si è drasticamente ridotto le remunerazioni. Qui da noi tutto deve rimanere com'è! Nessuno osi pensare di ridurci la nostra quota di “nettare e ambrosia”, ci spetta per diritto divino! Invece:
“una delle lezioni della crisi è che cattivi sistemi di remunerazione del management e dei responsabili delle funzioni chiave delle banche possono contribuire all'accumulo di rischi eccessivi. Chi è remunerato in funzione di risultati di breve periodo punta a profitti immediati senza tener conto dei rischi che li accompagnano. Ne segue una falsa contabilità del profitto che produce una micidiale spirale di rischio”.

Non sono le parole di un avversario del Sistema, bensì del Governatore Draghi all'Assemblea dell'ABI dell'8 luglio 2009. Speriamo non siano parole al vento.

La crisi attuale, che è ormai chiaro che non sarà né breve né passeggera, dovrebbe modificare profondamente l'approccio degli “Dei” ai problemi dell'oggi e purtroppo del domani. Invece devo mio malgrado constatare che l' “ottica di breve periodo” non è ancora stata abbandonata, se è vero come è vero che le pressioni commerciali sono ancora esercitate in funzione di avere ricche trimestrali e semestrali. Ciò vuol dire che non si è ancora fatto il necessario salto di qualità culturale, che dovrà portare alla valutazione del management, e le relative remunerazioni, in una prospettiva di medio-lungo periodo, alla fine del quale chi ha fatto bene avrà qualcosa in più, ma chi ha fatto male dovrà “andare a casa”.

Ma come tutte le malattie anche il virus della “crescita continua” è duro da debellare. Forse non sono stati ancora scoperti gli antibiotici in grado di contrastarlo. Quotidianamente i bancari ricevono telefonate di questo tenore:
  • Quanti conti nuovi hai aperto?
  • Quante obbligazioni hai piazzato?
  • Il tal cliente ha il castelletto vuoto. Come mai?
Ed è difficile obiettare. Ma come c**** vuoi che il cliente presenti portafoglio commerciale se non fattura più! A meno di chiedergli fatture false. Ma quanti conti nuovi sarà mai possibile aprire se la cassa integrazione, o la disoccupazione morde in Veneto e altrove come mai prima? È già tanto se i lavoratori non appena abbiano sentore di cassa integrazione o peggio non vadano a chiuderli i rapporti!

Ma quante obbligazioni potranno mai sottoscrivere pensionati e cittadini sempre più in difficoltà e in ansia per il futuro?

Questo non vuol dire ovviamente che il mondo si stia fermando, ma che qualcosa nell' approccio debba essere rivisto certamente sì. Non è possibile continuare nelle riunioni a descrivere il Veneto come una sconfinata prateria dove ci sono migliaia di indiani-cittadini con i carnieri pieni, in attesa di essere catturati dai bancari-cow-boy. Pur capendo le implicazioni dei ruoli, sarebbe opportuno non scadere nel ridicolo. Per non dire che “chi tira la
carretta” quotidianamente comincia a dare preoccupanti segni di stanchezza. Bisogna prendere finalmente atto che una crisi c'è, che è la peggiore mai vista dal 1929, che il cavallo non beve, e che alla fine bisognerà forse contare anche i “morti”.

Da questa presa di coscienza devono derivare comportamenti coerenti con la congiuntura. Si dovrà necessariamente chiedere che tutti facciano qualche sacrificio, non esclusi gli azionisti. Non vorremmo infatti dover vedere che nei prossimi anni gli sforzi di tutti siano finalizzati alla sola remunerazione del capitale, magari ottenuta col ferro e col fuoco all'interno delle Banche.

I bravi condottieri si vedono non nelle parate o nelle commemorazioni, bensì sotto il fuoco del nemico. Il tempo ci dirà chi sarà all'altezza della sfida.

Umberto Baldo
Segretario Coordinamento UILCA Banca Antonveneta

Google Apps are out of beta

Yesterday I was talking about the Google Chrome OS, the clearest move Google has done in order to provide a lightweight OS and a set of (enterprise) application running entirely in their servers on web.

Today Google did another step forward announcing that Google Apps have ended their beta program. We all know that Google beta tags have been sticking around for years, in some cases: Gmail is such an example. Nevertheless, Google has been offering such applications to enterprises with service level agreements and support around the clock. Beta doesn't frighten me, if it's a Google tag. This announcement isn't surprising either, it was just a matter of time. The interesting thing is the timing: the Chrome browser, the Chrome OS, now Google Apps. Google's engines are hot since a long time, now I'm just waiting for the big move. Google is boldly going where no enterprise has gone before: will they succeed in beating Microsoft where no OS and no application hasn't succeeded yet? I'm speaking about an OS for mobile phone (Android vs. Windows Mobile) or netbooks (Chrome OS vs. Windows, no PCs, though), office applications (Google Apps vs. Microsoft Office), enterprise servers (Google Apps vs. Microsoft Exchange)?

I'm really looking forward to knowing who will win this battle. I'm a Solaris freak, nevertheless I'd really like a Linux-centric enterprise to win such a game. It would be a win for open source software. It would mean real competition and it would benefit the real winners: the users.

Wednesday, July 8, 2009

Google introduces the Chrome OS

On July 7th Google has introduced its brand new web-centric operating system: the Google Chrome OS.

The official statement leaves no doubt:
Google Chrome OS is being created for people who spend most of their time on the web [...]
It also makes it clear how Google's OS vision different from Microsoft's. Internet Explorer was born and still is an extension of the Windows OS. Google Chrome OS is a natural extension of Google Chrome, Google's browser.

Years have passed since Sun was claiming that The network is the computer. It clearly was too early, but the path was laid. Google's innovation haven't only been technical, Google has really changed the way users experience the web and their web applications.

Google has undoubtedly dominated the market of search engines, changing the way we search for information and the quality standards we demand. Search engines quality have been measured against Google, since then.

Years later, there came Google Mail. Once more, Google changed the way users use their mail and their expectations. Mail was everywhere. No need to set up a mail client or fall back to a cluttered web interface. No need to constantly delete messages because mails were being bounced back because of mailbox space exhaustion. Competitors, at the end, had to adapt. Google mail was so fast (at least as far as it concerns an email provider) and mailbox size was so big that even libraries appeared to mount a mailbox inside an UNIX OS.

Since then, Google introduced more and more services (which enjoyed pretty different levels of fortune). Some of these products, such as Google Docs, were one of the first tries, at least as far as it concerns such big an entity, to move native desktop applications to the web. The next step seems to be, finally, to move the OS, at least for the users who just live in the web. Google is promising that Google Chrome OS-powered PCs will just work, such as any other home appliance you're using. Sort of on/off OS which starts up in a few seconds (I said few seconds) and connects you to the net.

I think it's not only just a good idea. There are great examples out there of this way of rethinking and approaching the user experience. Think about Google Android, the iPhone OS, or even the Mac OS/X itself. It's pretty much a (slower) electrodomestic with its power on button and there you are. A (beautiful) desktop and all the apps the typical users need. And much more. The iPhone its a step further towards simplicity, although it's obviously not comparable with a netbook, it still is more a PC than a cellular phone.

I'm not the kind of user targeted by Chrome OS. Neither by OS/X. I'm a (nostalgic and) efficient CLI gui. But I think it's time for users such as my sister and my father to just:
  • buy a machine wondering about its color and not about its RAM
  • unpack it
  • power it up
  • use it!
without all the hassle which, inevitably, comes with standard (or legacy?) OSs we're accustomed to. Mac OS/X is the latest and greatest approximation to this philosophy. That's why Apple succeeded in pushing an UNIX into the desktop of so many users. It's not just aesthetic and fashion. Mac OS/X powered machines just do their job. Well. And moreover they're aesthetically pleasant. What would an user desire?

I wonder if this announcement will reignite an OS war.

Tuesday, July 7, 2009

Sun xVM VirtualBox 3.0.0 has been released

Oh yes, a brand new major version. Sun xVM VirtualBox v. 3.0.0 has just been released. Here's the changelog, as usual.

Great features has been introduced:
  • Guest SMP support. Oh yes: guest SMP support (up to 32 CPUs)!
  • Experimental Direct3D 8/9 support for Windows guests
  • OpenGL 2.0 support for Solaris, Linux and Windows guest.
The feature I was interested in was guest SMP support. I admit I'm not running critical tasks here in my laptop but I do have some use cases that would greatly benefit from it: I'm running Windows guests for .NET development using Visual Studio 2008 and yes, there, you can see the difference.

Configuration is just as easy as this:


So download it and enjoy!

Il passaporto (ecologico) ed il rinnovo all'italiana

Il passaporto ecologico. Lo chiamo così perché lo Stato ha pensato bene di risparmiare carta, e quindi alberi, permettendo rinnovare un passaporto... così:

 
Sicuramente, la pagina 2 ha allungato di parecchio la vita di molti passaporti. Tra l'altro, rinnovarlo invece di chiederne uno nuovo costava molto meno. L'ultimo passaporto che ho chiesto al consolato mi è costato nientepopòdimenoche la bellezza di 84 Euro e qualche centesimo. Gli 84 Euro che più male hanno fatto al mio portafoglio, ultimamente. Ora, non so se i passaporti rilasciati recentemente possano ancora rinnovarsi così. Non c'è dubbio, però, che molti italiani fossero nella mia stessa situazione ed avessero un passaporto rinnovato a pagina 2.
Non avete idea di quanti problemi mi abbia dato. Ogniqualvolta ho presentato il mio passaporto in un ufficio, ho dovuto, contestualmente, girare (io) la pagina per mostrare che non era scaduto, come il mio interlocutore ingenuamente credeva! Sembra che fossimo solo noi, in Italia, ad avere un meccanismo di rinnovo del libretto così originale (ed artigianale). Non c'è quindi da sorprendersi se i poveri funzionari stranieri ponessero in dubbio la validità del mio documento. Se io fossi stato in loro, sarei stato più inflessibile: nel dubbio, meglio prendersi meno rischi.
Come sempre, misure a favore del cittadino! Ah, dimenticavo: anche la mia ragazza ha rinnovato il suo passaporto. Le è costato 15 Euro, invece di 84. Sicuramente, però, la carta in cui è stato stampato il suo non sarà della stessa qualità!

Italia e la burocrazia barocca

Mentre tornavo a casa da Cádiz, dove ho passato un po' di giorni di relax, mi chiedevo quale fosse la prima cosa che avrei scritto al mio ritorno. (S)Fortunatamente non ho dovuto pensare molto: una pattuglia di Guardias Civiles mi fermò all'uscita di un tunnel. L'esperienza, comica, mi ha dato lo spunto necessario per scrivere il mio primo post.

La vita di uno straniero comunitario in Spagna potrebbe e dovrebbe essere abbastanza semplice. Quando meno me lo aspetto, però, inciampo nella burocrazia barocca del mio paese. Pensavo di essere al sicuro in Spagna, con la mia carta d'identità digitale e tutti i servizi per il cittadino disponibili in Internet: quelli, in Italia, sono ancora un sogno che forse (forse...) mia nipotina vedrà realizzarsi.

Faccio una piccola premessa: in Spagna ho bisogno della documentazione Italiana perché, grazie al privilegiato status di straniero comunitario, sono esente dall'obbligo di richiedere un permesso di residenza. Ho sempre con me, quindi, il necessaire dell'emigrante (comunitario):
  • NIE: l'equivalente della cartà d'identità. Il formato è quello delle carte di credito.
  • Passaporto (ecologico Italiano: questo lo racconto in un altro post)
  • Carta d'identità. Qui è ancora cartacea. Di tanto in tanto ci provo ancora a mostrarla anche se di solito la gente non crede a quello che vede e quando ci crede, ride. Il commento più carino che ho ricevuto mi è stato rivolto da una Guardia Civile durante un controllo nell'Autostrada Madrid-A Coruña: "Beh, dai, questo è proprio un documento da Impero Romano".
  • Certificato di iscrizione all'anagrafe consolare.
Certificato di iscrizione all'anagrafe consolare? Eh già! Un altro salto mortale della nostra burocrazia malata. Un'italiano all'estero si iscrive all'AIRE, l'Anagrafe degli Italiani Residenti all'Estero. All'atto, si rilascia detto certificato. Peccato che ai fini del rilascio della carta d'identità (e del passaporto) il domicilio risulta ancora essere (chissà perché...) l'ultimo domicilio in Italia. Quindi? Quindi nella carta d'identità c'è un indirizzo inutile che, alle autorità del paese di residenza (quello vero, la Spagna) non serve. Quindi: tiro fuori il NIE (dove c'è l'indirizzo buono), il passaporto (o la carta d'identità) e poi, contestualmente (avverbio che tanto piace al legislatore Italiano), mostro anche il certificato di iscrizione all'anagrafe consolare. E questo finché non scada il mio NIE: allora avrò bisogno del certificato di registro (certificado de registro). Comodo. Invece del portafogli la mia ragazza mi ha regalato una scrivania...

In Settembre mi scadeva il passaporto e la carta d'identità. Andai al consolato per scoprire che il passaporto nuovo mi sarà recapitato tra ben due mesi. Sì, sì, due mesi, ma non perché un amanuense debba scriverlo e rilegarlo a mano. Semplicemente perché i poveri diavoli del Consolato non sanno più che Santi chiamare. Ok, quindi niente ferie fuori dalla Comunità Europea. Già che c'ero ho chiesto che mi rinnovassero la carta d'identità. Come nel caso del passaporto ecologico, il rinnovo si fa all'italiana. Un bel timbretto e la data scritta a mano. A prova di frode.

Ora torniamo a noi. Il Guardia Civile, pover'uomo sotto un sole cocente, a 40 gradi, nella deserta autostrada Madrid-Badajoz, mi ferma per un controllo di routine e mi chiede i documenti. Io gli porgo la succitata documentazione:
  • NIE
  • Carta d'identità con rinnovo artigianale
  • Passaporto ecologico con rinnovo artigianale
  • Certificato di iscrizione all'anagrafe consolare
Il militare guarda la documentazione, ci capisce poco e poi finisce come sempre: ci ridiamo sopra e finisco per guadagnarci. Con il suo accento dell'Extremadura mi congedò dicendo: "Ma come farei io a multarti?". Il poveraccio era sottinteso.

Poi un giorno leggo il giornale e ringrazio ancora una volta i nostri legislatori e le loro (imperscrutabili) ragioni: la carta d'identità elettronica vale dura 10 anni. Cito testualmente:
La carta di identità ha la durata di 10 anni. Tutti i possessori del documento, la cui scadenza di 5 anni è prossima, debbono recarsi al comune di residenza o dimora, dove per il formato cartaceo sarà apposto un timbro, mentre per il documento elettronico sarà consegnato un certificato, valido a tutti gli effetti di legge, che ne attesta la proroga e che dovrà essere conservato ed esibito contestualmente.

Se l’Autorità straniera non dovesse riconoscere la validità di tale certificazione, è necessario contattare gli Uffici diplomatici italiani del luogo.
Certo! Se, per esempio, sono a Creta e mi ferma il poliziotto greco che, incredulo, vede una carta d'identità scaduta esibita contestualmente a un foglietto (unto e stropicciato) che dichiara che il mio documento è invece ancora valido, cosa può succedere? O ci crede e si fida, visto che il foglietto è contestualmente scritto in italiano e quasi certamente lui non capirà nulla, o potrò rivolgermi comodamente all'Ambasciata Italiana di Atene.

Ma come si possono partorire queste idee, nel ventunesimo secolo?

(*) Grazie, Luca, per il link ed i tuoi commenti, ironici come sempre.

Sunday, June 21, 2009

A GPG primer - Part II - Encrypting files

In part I I showed you how to configure your Solaris box to run GPG. Now, it's time to use it!

GPG lets you encrypt a file so that only the owner of the key the file was encrypted with can decrypt the message. I warn you once more: as you see, storing your key in a secure place is extremely important. If you think your key might have been compromised, revoke it and create another one.

Encrypting a file

Let's suppose you don't want anybody but you to be able to read a file. As you know, you could store your file in a safe place but safe is never good enough. There could be some use cases for which you'd better have your file encrypted. Imagine you're copying important files on a FAT32 USB drive: FAT32 filesystems has not been built with security in mind! If you encrypt the file(s) with your own key, only you will be able to decrypt them. To encrypt such files, the only command you need is (the two syntaxes are equivalent):

$ gpg --encrypt --recipient 'your-id' filename
$ gpg -er 'your-id' filename

In both cases the encrypted file would be named filename.gpg. If you prefer specifying the output file name, --output is your friend:
$ gpg --er 'your-id' --output outfile filename
The same applies if you're encrypting a file for a friend of yours: just use their key id or their recipient address.

Searching a key in a keyserver

Well, there might have times you don't have your friend's key and maybe is out there, stored in a key server. You can have GPG search the keyserver with just one command:
$ gpg --search-keys 'recipient-id' --keyserver keyserver-address
The keyserver option is optional, otherwise gpg will use its default keyserver.

Decrypting a file
Now you've stored or received a file encrypted with your key. To decrypt it is just as easy:
$ gpg --dr 'your-id' encrypted-file
You'll be asked for your password and then the file will be piped to standard output. As in the case of file encryption, you can specify an output file with the --output option.

Holidays in Crete, part II: relaxing

We woke up late in the morning. Breakfast was scheduled from 08.00 to 10.30 and we hardly showed up at 11.00. Fortunately, there were other latecomers, even if we were the only ones coming from Spain! Spain is different is always a justification. At least, people laughs.

Buffet was pretty well international: not so many greek delicacies there but it was sufficient to satisfy my needs: tea, feta, honey, olives and croissants. As soon as we finished, we went out to smoke a cigarette and there it was, calm and just in front of us: the Aegean Sea.

We stayed in Crete just one week and the idea was spending the first two or three days visiting the island and then just: relax. We never honored the initial schedule, though. The deep blue sea was calling us and touching the car key was painful. Knossos, see you soon.

We dressed our bathing costumes and we went having a sunbath. The hotel was equipped with many swimming pools and we chose one that was built on a terrace just upon the sea shore. The view was very beautiful and the private beach was just below us: twenty steps as a maximum.

At 14.30 we went to the main pool, which has a bar just in the middle, and we had a couple of orange juices. We went to our room, had a shower and a nap!

The first day we really charged our batteries.

Il paese del non-finito e delle chiacchiere

Quando ero piccolo a Padova le scuole finivano sempre prima del Santo. Per me e mia sorella, però, non era la grande (e patavina) festa di piazza il giorno che attendevamo con ansia: all'inizio dell'estate, noi, partivamo.

Mio padre, che allora esercitava ancora la professione medica, ci portava tutti al mare un mese o più, in Sicilia. Il viaggio era lungo e lo facevamo in auto: partivamo prima dell'alba e percorrevamo tutto lo stivale. Ci fermavamo qualche giorno a casa di uno zio, in Puglia, e poi partivamo un'altra volta. Anche così, il viaggio mi sembrava lunghissimo ma, agli occhi di me bambino, era affascinante. Mia sorella era piccola e dormiva sul sedile posteriore eternamente sdraiata e con la testa appoggiata sul grembo di mia nonna. Io sedevo davanti, accanto a mio padre, e non chiudevo occhio nemmeno per un momento. Guardavo fuori, osservavo i campi, ammiravo i viadotti, contavo le linee di mezzeria che intersecavano la traiettoria della nostra auto, contavo le gallerie per cui passavamo e non la smettevo di calcolare quanti chilometri mancavano. Sarà per questo che ricordi così lontani nel tempo sono ancora così vivi nella mia memoria.

Allora, e sto parlando del 1980, il mondo era veramente diverso e sono fermamente convinto che la mia generazione sia stata quella che ha vissuto il cambio più grande: ci dettero alla luce in un mondo, e crescemmo in un altro. Telefonare, allora, voleva dire far girare una ruota di plastica in un apparecchio grigio saldamente ancorato alla parete del corridorio. Fuori di casa, e solo se ce n'era veramente bisogno, telefonare significava anzitutto cercare qualche gettone telefonico per poi entrare in una (fetida) gabina ed effettuare la chiamata. Credo che allora la chiamassimo interurbana a tempo. Le automobili avevano ancora i carburatori e l'aria condizionata era un optional raro. I climatizzatori di oggi, non me li sognavo nemmeno.

Esempi così ne potrei fare a migliaia e se mi avessero raccontato che nel futuro avrei avuto un iPhone o una qualsiasi delle inutilità così chic que abbiamo al giorno d'oggi, non c'avrei creduto, probabilmente.

Ci sono cose che però non cambiano. O che cambiano molto lentamente. Alcune sono buone ed altre lo sono un meno. L'unica cosa che anche il mio io bambino sapeva che non sarebbe cambiata mai sapete qual'è? La Salerno-Reggio Calabria.

Ricordo che quando arrivavamo lì, tutto diventava più brutto. Il mio vocabolario del tempo non poteva essere più elaborato. Semplicemente, brutto. E quando torno in Italia a volte mi dispiace perché sento questa sensazione decadente di dejá vu. Tutto è uguale. Troppo uguale. In Veneto, forse, noterò il nuovo passante di Mestre però temo che è finita lì.

Ed anche quando ti svegli ottimista, bevi il tuo caffè e leggi il giornale, il Corriere della Sera ti ricorda che momento d'inerzia ha il mio bel (?) paese.

Leggete qui...

Più passa il tempo, meno mi interessa, ormai. Non vivendo lì, credo che non potrei capire come e perché i miei connazionali possono (soprav)vivere in un clima di sonnacchiosa indifferenza. Io lavoro e pago le tasse in un altro paese ed ho la soddisfazione, rara per un italiano, di vedere come si spendono i soldi delle mie tasse. A volte bene, a volte meno bene, ovviamente. Però lo vedo. So che non sarà il mio pro-pro-pro-nipote chi vedrà una nuova autostrada, qui a Madrid: lo vedrò io. Arrivai qui tre anni fa ed ho potuto vedere la realizzazione di un'opera pubblica (parte della M30 di Madrid) che a Milano non potrei nemmeno immaginarmi.

Mi dispiace, però sempre meno.